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Tempo di Natale: In principio era il Verbo

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“E’ apparsa la grazia di Cristo,
apportatrice di salvezza per tutti gli uomini”.
(Tt 2, 11)


Dai “Discorsi” di Sant’Agostino Vescovo 
(Sermo 196, 3)

Dove ti trovi, Signore, per causa mia?

Il Signore Gesù volle essere uomo per noi. Non si pensi che sia stata poca la misericordia: la Sapienza stessa giace in terra! In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio (Gv 1,1). O cibo e pane degli angeli! Di te si nutrono gli angeli, di te si saziano senza stancarsi, di te vivono, di te sono come impregnati, di te sono beati. Dove ti trovi invece per causa mia? In un piccolo alloggio, avvolto in panni, adagiato in una mangiatoia. E per chi tutto questo? Colui che regola il corso delle stelle succhia da un seno di donna: nutre gli angeli, parla nel seno del Padre, tace nel grembo della madre. Ma parlerà quando sarà arrivato in età conveniente, ci annunzierà con pienezza la buona novella. Per noi soffrirà, per noi morirà, risorgerà mostrandoci un saggio del premio che ci aspetta, salirà in cielo alla presenza dei discepoli, ritornerà dal cielo per il giudizio. Colui che era adagiato nella mangiatoia è divenuto debole ma non ha perduto la sua potenza: assunse ciò che non era ma rimase ciò che era. Ecco, abbiamo davanti il Cristo bambino: cresciamo insieme con lui.

“E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi”.
(Gv 1, 14)

Dai “Discorsi” di Sant’Agostino Vescovo (Sermo 188, 2,2-3,3)

Osserva, uomo, che cosa è diventato per te Dio!

Quali lodi potremo dunque cantare all’amore di Dio, quali grazie potremo rendere? Ci ha amato tanto che per noi è nato nel tempo lui, per mezzo del quale è stato creato il tempo; nel mondo fu più piccolo di età di molti suoi servi, lui che è eternamente anteriore al mondo stesso; è diventato uomo, lui che ha fatto l’uomo; è stato formato da una madre che lui ha creato; è stato sorretto da mani che lui ha formato; ha succhiato da un seno che lui ha riempito; il Verbo senza il quale è muta l’umana eloquenza ha vagito nella mangiatoia, come bambino che non sa ancora parlare.

Osserva, uomo, che cosa è diventato per te Dio: sappi accogliere l’insegnamento di tanta umiltà, anche in un maestro che ancora non parla. Tu una volta, nel paradiso terrestre, fosti così loquace da imporre il nome ad ogni essere vivente (Cf. Gn 2, 19-20); il tuo Creatore invece per te giaceva bambino in una mangiatoia e non chiamava per nome neanche sua madre. Tu in un vastissimo giardino ricco di alberi da frutta ti sei perduto perché non hai voluto obbedire; lui per obbedienza è venuto come creatura mortale in un angustissimo riparo, perché morendo ritrovasse te che eri morto. Tu che eri uomo hai voluto diventare Dio e così sei morto (Cf. Gn 3); lui che era Dio volle diventare uomo per ritrovare colui che era morto. La superbia umana ti ha tanto schiacciato che poteva sollevarti soltanto l’umiltà divina.

“Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo,
vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra”.
(At 7, 55)


Dai “Discorsi” di Sant’Agostino Vescovo 
(Sermo 49, 9-11)

Stefano martire: esempio di amore e di perdono

Sei nel languore, aneli, ti opprime l’infermità. Non sei in grado di liberarti dall’odio. Spera in Dio, che è medico. Egli per te fu sospeso a un patibolo e ancora non si vendica. Come vuoi tu vendicarti? Difatti in tanto odi in quanto ti vorresti vendicare. Guarda al tuo Signore pendente [dalla croce]; guardalo così sospeso e quasi in atto d’impartire ordini dall’alto di quel legno-tribunale. Guardalo mentre, sospeso, prepara a te malato la medicina ricavata dal suo sangue. Guardalo sospeso! Vuoi vendicarti? Lo vuoi davvero? Guarda a colui che pende [dalla croce] e ascolta ciò che dice: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno (Lc 23, 34).

Mi dirai: Lui poté far questo; io non lo posso. Io sono un uomo, lui era Dio. Ebbene, era un uomo, era veramente un uomo lui che era uomo-Dio. E allora, per qual motivo Dio sarebbe diventato uomo se l’uomo non ne trae motivo per emendarsi? Ma, eccomi, voglio apostrofarti. O uomo, ammettiamo pure che sia troppo per te imitare il tuo Signore. Osserva almeno Stefano, come te servo. Santo Stefano era certamente un [semplice] uomo. O che forse era uomo e dio? È risaputo da tutti: era un semplice uomo; era ciò che sei tu, e quel che fece non lo fece se non per un dono di colui al quale anche tu ti raccomandi. Comunque, osserva come si comportò. Parlava ai giudei: infuriava e amava. Debbo mostrarti l’una e l’altra cosa, poiché ho detto che infuriava e ho detto anche che amava. Debbo presentartelo e inferocito e pieno di amore. Ascoltalo inferocito: Gente dalla dura cervice(At 7, 51). Ecco, lo hai ascoltato mentre va sulle furie; debbo mostrarti anche il rovescio della medaglia: ascoltalo pieno di amore. Gli avversari si irritarono, arsero di sdegno feroce e, ripagando il bene col male, ricorsero alle pietre e cominciarono a lapidare il servo di Dio. Dacci ora, o Stefano santo, una prova del tuo amore. Adesso, adesso vogliamo vederti; adesso vogliamo saggiarti; adesso vogliamo contemplarti vincitore, anzi trionfatore, del diavolo. Ti abbiamo ascoltato mentre infierivi contro gente in silenzio; vogliamo vedere se ami chi si accanisce contro di te. Infuriavi contro gente in silenzio; vediamo se ami chi ti lapida. Infatti, se odi, se puoi odiare, l’occasione è adesso mentre vieni lapidato. Adesso soprattutto devi odiare. Vediamo se rispondi con la durezza del cuore alla durezza delle pietre che ti lapidano. Uomini pietrificati ti scagliano addosso delle pietre: duri scagliano cose dure. Coloro che avevano ricevuto la legge scritta su pietre scagliano pietre.

Vediamo, carissimi, vediamo; contempliamo il grande spettacolo. Guardiamo. Ecco Stefano viene lapidato. Collochiamocene la figura, per così dire, dinanzi agli occhi. Suvvia, membro di Cristo! suvvia, atleta di Cristo! Fissa gli occhi in colui che per te fu appeso alla croce. Lui veniva crocifisso, tu sei lapidato. Lui diceva: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno. Voglio ascoltare cosa dici tu. Guarderò a te, con la speranza che te almeno possa imitare. Il beato Stefano cominciò col pregare per sé stando in piedi. Disse: Signore Gesù, ricevi il mio spirito (At 7, 59)Detto questo, piegò le ginocchia e in ginocchio disse: Signore, non imputare a loro questo delitto. Detto questo, si addormentò (At 7, 60). O sonno felice! O vera pace! Ecco che cosa significa riposare: pregare per i nemici.

“…poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta
e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna,
che era presso il Padre e si è resa visibile a noi”.
(1 Gv 1, 2)


Dal “Commento al Vangelo di Giovanni” di Sant’Agostino Vescovo

(In Io. Ev. tr. 1, 1-2; 5-7)

E’ Dio che dirige l’intimo della nostra anima

Come riuscirò a dire ciò che il Signore mi ispira, o come potrò spiegare, secondo le mie modeste capacità, il passo del Vangelo che è stato letto: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio (Gv 1, 1), dato che l’uomo naturale non può penetrarne il significato? E allora, o fratelli, resteremo in silenzio? A che serve leggere se si rimane in silenzio? Che giova a voi ascoltare, se io non spiego? Ma che giova spiegare se non è possibile capire? Da parte sua la misericordia di Dio ci assisterà, in modo che tutti abbiano a sufficienza e ciascuno riceva secondo la propria capacità; poiché anche chi parla dice quel che può. Chi è in grado di parlare in modo adeguato? Oso dire, fratelli miei, che forse neppure lo stesso Giovanni ci è riuscito: parlò anch’egli come poté, perché era un uomo che parlava di Dio. Ispirato, certamente, però sempre uomo.

Possiamo dire, fratelli carissimi, che Giovanni era uno di quei monti di cui sta scritto: Accolgano i monti la pace per il tuo popolo e i colli la giustizia (Sal 71, 3). I monti sono le anime elevate, i colli sono le anime infantili. Ora i monti ricevono la pace affinché i colli possano ricevere la giustizia. E qual è questa giustizia che i colli ricevono? La fede, poiché il giusto vive di fede (Rm 1, 17; Ab 2, 4). Ma le anime infantili non potrebbero ricevere la fede, se le anime più elevate, che vengono chiamate monti, non fossero illuminate dalla Sapienza stessa, così da trasmettere alle anime infantili ciò che esse sono in grado di ricevere.

Dunque, fratelli, uno di questi monti era Giovanni, quel Giovanni che proclamò: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questo monte aveva accolto la pace, contemplava la divinità del Verbo.

E tuttavia non è nei monti che dobbiamo riporre la nostra speranza; poiché i monti ricevono, a loro volta, ciò che a noi trasmettono. Riponiamo quindi la nostra speranza nella fonte da cui anche i monti ricevono.

Vi ho dunque fatto questi ammonimenti, o fratelli, affinché comprendiate che quando avete elevato il cuore alle Scritture ascoltando il Vangelo che dice: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio, e le altre parole che sono state lette: voi avete così alzato i vostri cuori ai monti. Voi infatti non avreste la minima idea di queste cose, se i monti non ve le avessero rivelate. E’ dunque dai monti che vi viene l’aiuto, per potere almeno udire queste cose; ma non siete ancora in grado di capire ciò che avete udito. Invocate l’aiuto del Signore, che ha fatto il cielo e la terra. I monti hanno parlato, ma non possono illuminare: perché essi stessi sono stati illuminati con l’udire. Colui che ha detto queste cose, le ha ricevute a sua volta: è quel Giovanni che stava appoggiato sul petto del Signore e dal petto del Signore ha bevuto ciò che ora a noi comunica. Ma egli vi offre solo delle parole. Se volete averne l’intelligenza, dovete attingerla a quella stessa fonte cui egli bevve. Alzate dunque gli occhi ai monti donde vi verrà l’aiuto, ai monti che vi porgeranno come in una coppa la parola che a loro volta essi hanno ricevuto; ma, siccome l’aiuto vi verrà dal Signore che ha fatto il cielo e la terra, elevate il vostro cuore per riempirlo alla fonte stessa cui l’evangelista riempì il suo; è per questo che avete detto: L’aiuto mi verrà dal Signore, che ha fatto il cielo e la terra. Ve lo riempia colui che può. E’ questo che voglio dire, fratelli: ciascuno elevi il suo cuore con le sue capacità e prenda ciò che vien detto. Qualcuno potrebbe osservare che io sono più presente a voi, di quanto lo sia Dio. Ebbene no, Dio lo è molto di più; perché io sono qui presente davanti ai vostri occhi, ma è Dio che dirige l’intimo della vostra anima. A me porgete l’orecchio, a Dio aprite il cuore, per riempire e l’uno e l’altro.

“…i Santi Innocenti, senza parlare confessarono
con il sangue il tuo Figlio, Salvatore del mondo”.
(Dalla liturgia del giorno)


Dai “Discorsi” di Sant’Agostino Vescovo 
(Sermo 373, 2-3)

O bambini felici, appena nati e già incoronati di gloria!

I Magi vengono dall’Oriente, cercano un Re dei Giudei, che mai prima era stato ricercato fra tanti re dei Giudei. Cercano uno che non è in età virile o anziano o agli occhi umani cospicuo per una splendida dimora o potente di eserciti, tale che incuta terrore con le armi, o vestito di ricca porpora, con diadema che rifulge. [Egli sarà piuttosto esultante per la sua croce, in cui redimerà tutti i martiri che lo hanno testimoniato. Egli sarà colui che risorge dagli inferi e che ascende al cielo]. Ma intanto è uno nato da poco che giace nella cuna, che si attacca avidamente alla mammella, senza alcun ornamento sul corpo, senza alcuna forza nelle membra, senza patrimonio familiare, che non si segnala né per la sua età né per alcun potere dei genitori. I Magi domandano notizia del Re dei Giudei al re dei Giudei; di Cristo [Dio e uomo], all’uomo Erode; [del Re dei cieli che ha creato l’uomo, a un re terreno, uomo]; notizia di un piccolo a un grande; di un nascosto a un illustre; di un umile a un potente; di uno che non parla ancora, a uno che parla; di un povero a un ricco; di un debole a un forte; e tuttavia tale che doveva essere adorato da chi lo disprezzava perché [anche se Erode lo perseguitava, Cristo aveva dominio su di lui e sugli altri]. Certamente in lui non si scorgeva alcuna pompa regale, ma si adorava la vera maestà.

Alla fine Erode lo teme perché i Magi sono in cerca di lui. Essi desiderano trovare un re ed egli teme di perdere il regno. In definitiva lo cercano entrambi: essi per trovare la vita, egli per volerlo uccidere; egli per commettere contro di lui un grande misfatto, essi perché perdoni loro ogni peccato. In effetti Erode uccide molti bambini nella operazione che mira alla morte di uno solo. E nel condurre a termine una crudelissima e sanguinosissima strage contro tanti innocenti (Cf. Mt 2, 2-7; 16-18), con tale iniquità uccise se stesso per prima cosa. Intanto il nostro Re [Cristo], il Verbo [di Dio], il Bambino [Dio], mentre i Magi lo adoravano, mentre i bambini per lui morivano, stava nella culla o succhiava il latte e, pur non essendo ancora arrivato a parlare, trovava chi credeva in lui; e pur non avendo ancora affrontato la passione, già faceva martiri. O bambini felici, appena nati, non ancora esposti alla tentazione, non ancora nella lotta e già incoronati di gloria! Potrebbe dubitare della corona di gloria da voi guadagnata nella passione subita per Cristo chi non pensa che anche il Battesimo di Cristo giova ai bambini. Non avevate ancora l’età per poter credere nella futura passione di Cristo, ma avevate la carne e con essa la possibilità di sostenere la sofferenza per la passione che Cristo avrebbe sopportato. Non è pensabile che questi bambini siano rimasti al di fuori della grazia del Salvatore bambino, che era venuto a cercare ciò che era perduto. Egli perseguì questo fine non solo col nascere assumendo la carne, ma anche col supplizio della croce [col discendere agli inferi, coll’ascendere al cielo, col sedere alla destra del Padre]. Chi alla sua nascita poté avere gli angeli che lo annunziavano, i cieli che lo proclamavano, i Magi che lo adoravano, avrebbe potuto certamente predisporre anche che questi bambini non morissero qui per lui; questo se sapeva che con quella morte perivano e non invece che avrebbero vissuto una maggiore felicità. Lungi da noi, lungi da noi il pensare che Colui che è venuto a liberare gli uomini, che sul legno della croce pregava per quelli che lo uccidevano (Cf. Lc 23, 34), non abbia fatto nulla per il premio di coloro che erano uccisi per lui.

“…i miei occhi han visto la tua salvezza…
luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele”.
(Lc 2, 30. 32)


Dai “Discorsi” di Sant’Agostino Vescovo 
(Sermo 370, 2-4)

Simeone prese nelle sue mani la debolezza,
ma riconobbe la maestà interiore

Il vecchio Simeone aveva avuto una predizione: che non avrebbe incontrato la morte senza aver visto, prima, il Cristo di Dio.

Vedete, fratelli, quanto desiderio avevano gli antichi santi di vedere Cristo. Sapevano che sarebbe venuto e tutti quelli che vivevano piamente si auguravano: “Oh, se mi trovasse qui in vita quella nascita! Oh, se potessi vedere con i miei occhi quello che credo dalle Scritture di Dio!”. Perché possiate conoscere quanto grande fosse il desiderio dei santi, i quali sapevano dalla sacra Scrittura che la Vergine avrebbe partorito, considerate il preannunzio che avete ascoltato, quando si leggeva Isaia: Ecco, una vergine concepirà, e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele (Is 7, 14). Il Vangelo ci spiega che cosa significhi Emmanuelesignifica: Dio con noi (Mt 1, 23). Non sembri dunque strano, non sembri impossibile, chiunque tu sia, anima incredula, che una vergine partorisca e che dopo il parto rimanga vergine. Se tieni conto che è nato Dio, non ti meraviglierai del parto verginale. Perché dunque sappiate che gli antichi santi e giusti desiderarono vedere quello che è stato concesso anche a questo vecchio Simeone, il Signore nostro Gesù Cristo disse ai suoi discepoli: Molti giusti e Profeti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete e non lo videro; ascoltare ciò che voi ascoltate e non l’udirono (Mt 13, 17). Questo vecchio era troppo avanzato in età per poterlo udire, ma era al punto giusto per vedere. Non si aspettava di udire Cristo parlare, poiché lo riconobbe bambino quando non sapeva ancora parlare. E questo gli fu concesso quando era decrepito e desiderava e sospirava, dicendo ogni giorno nelle sue preghiere: “Quando verrà? Quando nascerà? Quando lo vedrò? Camperò fino allora? Egli mi troverà qui? Questi miei occhi vedranno Colui che si è rivelato agli occhi del cuore?”. Così pregava e in conformità al suo desiderio ricevette un messaggio, cioè che non avrebbe sperimentato la morte prima di aver visto il Cristo di Dio. Maria sua madre lo portava in braccio. Egli lo vide e lo riconobbe. Come aveva fatto a riconoscerlo? Forse gli fu rivelato nell’intimo Colui che all’esterno egli vedeva come uno appena nato. Lo vide e lo riconobbe. Simeone riconobbe lui bambino che ancora non parlava, mentre i Giudei uccisero lui giovane che compiva miracoli. Appena lo riconobbe lo prese tra le braccia, lo strinse in un abbraccio. Portava Colui da cui era sostenuto. Il Cristo stesso infatti è la Sapienza di Dio che si estende da un confine all’altro con forza, che governa con bontà ogni cosa (Cf Sap 8, 1). Quanto grande era e quanto si era fatto piccolo! Fattosi piccolo cercava i piccoli. Vale a dire che non cercava i superbi, gli orgogliosi, ma gli umili e i miti. Si umiliò al punto di essere posto in una mangiatoia quasi a cibo dei buoni giumenti. Lo prese dunque Simeone nelle sue braccia e disse: Ora lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace. Tu mi congedi in pace, perché vedo la pace. Perché mi lasci andare in pace? Perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza (Lc 2, 25-30). La salvezza di Dio, il Signore Gesù Cristo. Annunziate di giorno in giorno la sua salvezza (Sal 95, 2).

Si nascondeva la maestà mentre appariva la debolezza. Simeone prese nelle sue mani la debolezza ma riconobbe la maestà interiore. Nessuno disprezzi la condizione di lui nato, se vuole essere rinato. A lui toccava nascere per noi, a noi avvenga di rinascere in lui, che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

“Il Signore vuole che il padre sia onorato dai figli…
Chi onora la madre è come chi accumula tesori”.
(Sir 3, 2.4)


Dai “Discorsi” di Sant’Agostino Vescovo
(Sermo 51, 10.17; 11, 18-19; 12, 19-20)

Il mondo è sottomesso a Cristo, Cristo è sottomesso ai genitori

Il Signore Gesù Cristo essendo, in quanto uomo, nell’età di dodici anni, egli che, in quanto Dio, esiste prima del tempo ed è fuori del tempo, rimase separato dai genitori nel tempio a disputare con gli anziani, che rimanevano stupiti della sua scienza. I genitori, invece, ripartiti da Gerusalemme, si misero a cercarlo nella loro comitiva, cioè tra coloro che facevano il viaggio con loro ma, non avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme angosciati e lo trovarono che disputava con gli anziani, avendo egli – come ho detto – solo dodici anni. Ma che c’è da stupirsi? Il Verbo di Dio non tace mai, sebbene la sua voce non sempre si senta. Viene dunque trovato nel tempio e sua madre gli dice: Perché ci hai fatto una simile cosa? Tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo. Ed egli: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio(Lc 2, 48-49). Egli rispose così, poiché il Figlio di Dio era nel tempio di Dio. “Ecco – dice qualcuno – non ammise d’essere figlio di Giuseppe”. In realtà Egli non voleva far credere d’essere loro figlio senza essere nello stesso tempo Figlio di Dio. Difatti, in quanto Figlio di Dio, egli è sempre tale ed è creatore dei suoi stessi genitori; in quanto invece figlio dell’uomo a partire da un dato tempo, nato dalla Vergine senza il concorso d’uomo, aveva un padre e una madre. In qual modo proviamo quest’asserzione? L’ha già detto Maria: Tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo.

In primo luogo, fratelli, non è da passare sotto silenzio la modestia tanto santa della Vergine Maria, perché sia norma di vita per le donne, nostre sorelle. Aveva partorito il Cristo, era andato da lei l’angelo e le aveva detto: Ecco, concepirai nel seno e darai alla luce un figlio che chiamerai Gesù. Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo (Lc 1, 31-32). Aveva meritato di dare alla luce il Figlio dell’Altissimo, eppure era umilissima; nemmeno parlando di se stessa prende il primo posto anteponendosi al marito, col dire: “Io e tuo padre”, ma: Tuo padre – dice – e io. Non tiene conto della propria dignità di madre, ma bada a rispettare il diverso grado proprio dei coniugi. Il Cristo umile non avrebbe certo insegnato alla propria madre a insuperbirsi.

Essendo poi sceso con loro, [Gesù] si recò a Nazaret ed era loro sottomesso (Lc 2, 49-51). La Scrittura non dice: “Era sottomesso alla madre”, oppure: “Era sottomesso a lei”, ma: Era sottomesso loro. Chi sono questi, ai quali era sottomesso? Non erano forse i suoi genitori? Erano entrambi i suoi genitori coloro ai quali Cristo era sottomesso per la degnazione per cui era figlio dell’uomo.

Finora le donne hanno sentito le norme loro proprie; sentano adesso le loro i ragazzi, perché ubbidiscano ai genitori e siano loro sottomessi. Il mondo è sottomesso a Cristo, Cristo è sottomesso ai genitori.

Vedete dunque, fratelli, che Cristo, dicendo: “Occorre che mi occupi delle cose del Padre mio”, non voleva che noi intendessimo le sue parole presso a poco in questo senso: “Voi non siete miei genitori”, ma nel senso ch’essi erano genitori nel tempo, il Padre invece da tutta l’eternità. Quelli erano genitori del Figlio dell’uomo, il Padre invece lo era del proprio Verbo e Sapienza, era Padre della sua Potenza, grazie alla quale ha creato tutte le cose. Se tutte le cose sono create dalla Potenza che si estende da un’estremità all’altra del mondo con forza e regge l’universo con bontà, per mezzo del Figlio di Dio furono creati anche coloro ai quali egli medesimo si sarebbe sottomesso come figlio dell’uomo.

“Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia”.
(Gv 1, 16)


Dalle “Esposizioni sui Salmi” di Sant’Agostino Vescovo
(En. in ps. 32, II, d. 1, 2-4)

Imparate a ringraziare Dio nella prosperità come nella tribolazione

Pertanto, dopo aver detto: Esultate, o giusti, nel Signore, poiché non possiamo esultare in Lui se non con la lode, lodiamo dunque Colui al quale siamo tanto più graditi quanto più Egli stesso piacerà a noi. Ai retti – aggiunge – si addice la lode. Chi sono i retti? Coloro che dirigono il cuore secondo la volontà di Dio; e, se l’umana fragilità li turba, li consola la divina equità. Infatti, anche se desiderano, dato il loro cuore corruttibile, qualcosa di particolare che convenga ai loro affari e faccende attuali o alla necessità presente, non appena avranno capito e riconosciuto che Dio vuole un’altra cosa, antepongono la volontà del migliore alla propria, la volontà dell’Onnipotente alla volontà del debole, la volontà di Dio a quella dell’uomo. Poiché quanto Dio dista dall’uomo, altrettanto dista la volontà di Dio dalla volontà dell’uomo.

Osserva in qual modo convenga la lode ai retti, ascolta la voce del retto che in un altro salmo così loda: Benedirò il Signore in ogni tempo; sempre nella mia bocca la sua lode (Sal 33, 2). In ogni tempo equivale a sempre, e benedirò equivale a la sua lode nella mia bocca. In ogni tempo e sempre, cioè nella prosperità come nelle avversità. Infatti se lo si loda nella prosperità e non nelle avversità, come lo si loda in ogni tempo, cioè sempre? Eppure abbiamo udito molte voci di tal genere e di non pochi; quando ad essi capita qualche gioia, esultano, gioiscono, inneggiano a Dio, lodano Dio; e non sono da disapprovare, anzi dobbiamo felicitarci con loro perché molti neppure allora si allietano [in lui]. Ma costoro che già hanno incominciato a lodare Dio a causa della prosperità, devono imparare a riconoscere il padre anche quando castiga, e a non mormorare contro la mano che li corregge; affinché non avvenga che, restando sempre perversi, meritino di essere diseredati; anzi, già divenuti retti (chi sono i retti se non coloro cui niente è sgradito di quanto fa Dio?) possano lodare Dio anche nelle avversità, e dire: Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; come è piaciuto al Signore, così è stato fatto; sia benedetto il nome del Signore (Gb 1, 21)A tali retti conviene la lode, e non già a coloro che prima lo lodano e poi lo oltraggiano.

Imparate a ringraziare Dio nella prosperità come nella tribolazione. Imparate ad avere nel cuore ciò che ogni uomo ha sulla lingua, [e cioè]: Come Dio vuole. Le stesse espressioni popolari contengono spesso salutari insegnamenti. Chi non dice ogni giorno: – Avvenga quel che Dio vuole? E chi così parla apparterrà a quei retti che esultano nel Signore, e ai quali si addice la lode; ad essi si rivolge subito dopo il salmo dicendo: Celebrate il Signore sulla cetra, cantate a Lui sul salterio a dieci corde. Proprio questo infatti anche ora cantavamo, e questo, pronunziandolo con voce unanime, insegnavamo ai vostri cuori.

“Il Signore rivolga su di te il suo volto
e ti conceda pace”.
(Nm 6, 26)


Dai “Discorsi” di Sant’Agostino Vescovo
(Sermo 357, 1-3)

La pace sia la nostra diletta, la nostra amica

E’ il momento questo di esortare la Carità vostra ad amare la pace secondo tutte le forze di cui il Signore vi fa dono, e a pregare il Signore per la pace. La pace sia la nostra diletta, la nostra amica; possiamo noi vivere, con essa nel cuore, in casta unione, possiamo con lei gustare un riposo pieno di fiducia, un sodalizio senza amarezze. Vi sia con essa indissolubile amicizia. Sia il suo abbraccio pieno di dolcezza. Non è difficile possedere la pace. E’, al limite, più difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi. Se invece la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica. Quelli che amano la pace vanno lodati. Quelli che la odiano non vanno provocati col rimprovero: è meglio cominciare a calmarli con l’insegnamento e con [la strategia del] silenzio. Chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace. Facciamo un esempio: tu che ami questa luce visibile non ti adiri con i ciechi ma li compiangi. Ti rendi conto di quale bene tu godi, di quale bene essi sono privi e ti appaiono degni di pietà. Davvero non li condanneresti, anzi, se ne avessi la possibilità, che so io, una capacità medica, o anche un farmaco utile, ti affretteresti a far qualcosa per risanarli. Così, se ami la pace, chiunque tu sia, abbi compassione di chi non ama quello che tu ami, di chi non possiede quello che possiedi tu. L’oggetto del tuo amore è di tal natura che non comporta invidia da parte di chi partecipa con te allo stesso possesso. Chi possiede la stessa pace che possiedi tu, non per questo fa diminuire il tuo possesso.

Che cosa buona è amare! Amare è già possedere. E chi non vorrebbe veder crescere ciò che ama? Se vuoi con te pochi partecipi della pace, avrai una pace ben limitata. Ma se vuoi veder crescere questo tuo possesso, aumenta il numero dei possessori.

E tu, amico della pace, rifletti, e gusta per primo l’incanto della tua diletta. Ardi d’amore tu, così sarai in grado di attirare un altro allo stesso amore, in modo che egli veda ciò che tu vedi, ami ciò che tu ami, possegga ciò che tu possiedi. E’ come se ti parlasse la pace, la tua diletta, e ti dicesse: Amami e mi avrai sempre. Attira qui ad amarmi tutti quelli che puoi: per un amore casto, integro e permanente; attira tutti quelli che puoi. Essi mi troveranno, mi possederanno, troveranno in me la loro gioia.

“E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo visto la sua gloria,
gloria come di Unigenito dal Padre”.
(Gv 1, 14)


Dai “Discorsi” di Sant’Agostino Vescovo
(Sermo 191, 1.1)

Il grande amore di Cristo per l’uomo

Il Verbo del Padre, per mezzo del quale sono stati creati tempi (Cf. Gv 1, 3), divenuto carne, ci ha donato il suo Natale nel tempo. Per la sua nascita umana volle avere un giorno determinato, lui senza il cui intervento divino nessun giorno può scorrere. Egli che presso il Padre precede tutta l’estensione dei secoli, nascendo dalla madre nel tempo in questo giorno si inserì nel defluire degli anni. Il creatore dell’uomo è diventato uomo: perché, pur essendo l’ordinatore delle stelle, potesse succhiare da un seno di donna; pur essendo il pane (Cf. Gv 6, 35), potesse aver fame (Cf. Mt 4, 2); pur essendo la fonte (Cf. Gv 4, 13), potesse aver sete (Cf. Gv 19, 28); pur essendo la luce (Cf. Gv 1, 9) potesse dormire (Cf. Lc 8, 23); pur essendo la via (Cf. Gv 14, 6) potesse stancarsi per il viaggio (Cf. Mc 14, 56); pur essendo la verità (Cf. 2 Tim 4, 1) potesse essere accusato da falsi testimoni (Cf. 1 Cor 1, 30); pur essendo giudice dei vivi e dei morti (Cf. Mt 27, 26-29) potesse essere giudicato da un giudice mortale; pur essendo la giustizia (Cf. 1 Cor 3, 11) potesse essere condannato da uomini ingiusti; pur essendo il flagello potesse essere colpito da flagelli; pur essendo grappolo potesse essere coronato di spine; pur essendo il fondamento potesse essere sospeso ad un legno; pur essendo la fortezza potesse diventare debole; pur essendo la salvezza potesse essere ferito; pur essendo la vita potesse morire. Sostenne per noi queste cose ed altre simili pur non meritandosele, per liberare noi anche se eravamo indegni. Mentre né lui, che per noi sopportò tanti mali, si meritava alcunché di male, né noi, che tramite lui abbiamo ricevuto tanti beni, ci meritavamo alcunché di bene. Per questi motivi colui che era Figlio di Dio prima di tutti i secoli senza inizio di giorni, negli ultimi tempi si è degnato di diventare figlio dell’uomo. E colui che, nato dal Padre, non è stato formato dal Padre, è stato formato nella madre che aveva fatto. é nato da lei per poter rimanere finalmente qui in terra; mentre lei mai e da nessuna parte avrebbe potuto esistere se non per mezzo di lui.

“Quale grande amore ci ha dato il Padre
per essere chiamati figli di Dio,
e lo siamo realmente!”.
(1 Gv 3, 1)

Dal “Commento al Vangelo di Giovanni” di Sant’Agostino Vescovo
(In Io. Ev. tr. 2, 15; 13)

Con la sua nascita Cristo costituisce l’uomo erede di Dio

Affinché gli uomini nascessero da Dio, prima Dio è nato da essi. (…) Non ti meravigliare quindi, o uomo, se diventi figlio per grazia, poiché nasci da Dio secondo il suo Verbo. Il Verbo ha voluto nascere prima dall’uomo, affinché tu avessi la sicurezza di nascere da Dio, e potessi dire a te stesso: Non è senza motivo che Dio ha voluto nascere dall’uomo, lo ha fatto perché mi considerava talmente importante da rendermi immortale, nascendo lui come un mortale per me!

Oh, grande benevolenza! grande misericordia! Era il Figlio unico, e non ha voluto rimanere solo. (…) L’unico Figlio che Dio aveva generato e per mezzo del quale tutto aveva creato, questo Figlio, lo inviò nel mondo perché non fosse solo, ma avesse dei fratelli adottivi. Noi infatti non siamo nati da Dio come l’Unigenito, ma siamo stati adottati per grazia sua. L’Unigenito infatti è venuto per sciogliere i peccati, che ci impedivano d’essere adottati: egli stesso ha liberato coloro che voleva fare suoi fratelli, e li ha fatti con lui eredi. E’ questo che dice l’Apostolo: Se sei figlio, sei anche erede da parte di Dio (Gal 4, 7); e ancora: Noi siamo eredi di Dio e coeredi di Cristo (Rm 8, 17). Non ha avuto paura, lui, d’avere dei coeredi, perché la sua eredità non si impoverisce per il fatto che sono molti a possederla. Essi stessi diventano la sua eredità, in quanto sono da lui posseduti, e lui a sua volta diventa la loro eredità.

“Il popolo che camminava nelle tenebre
vide una grande luce…
Hai moltiplicato la gioia,
hai aumentato la letizia”.
(Is 9, 1.2)


Dal “Commento alla Prima Lettera di Giovanni”
di Sant’Agostino Vescovo

(In Io.Ep.tr.1,4-5)

Camminiamo nella luce, come Dio è nella luce

E’ questo il nostro annuncio: Che Dio è luce e in lui non ci sono tenebre (1 Gv 1, 5)Chi oserebbe dire che in Dio ci sono tenebre? Ma che cosa si intende per luce, che cosa per tenebre? Non deve capitare di stabilire nozioni che abbiano qualche legame con la nostra vista materiale. Dio è luce dice uno qualsiasi, ma anche il sole è luce, anche la luna è luce, anche la lucerna è luce. La luce di Dio deve essere evidentemente qualcosa di superiore a queste luci, di più prezioso ed eccellente. Tanto questa luce deve essere al di sopra delle altre, quanto la creatura dista da Dio, quanto il creatore dalla sua creazione, la sapienza da ciò che per suo mezzo fu fatto. Potremo essere vicini a questa luce, se conosceremo quale essa sia, se ad essa ci accosteremo per esserne illuminati; poiché in noi stessi siamo tenebre, ma, illuminati da essa, possiamo divenire luce e non essere dalla luce confusi, dato che siamo da noi stessi confusi. Chi è confuso da se stesso? Chi si riconosce peccatore. Chi non è confuso dalla luce? Chi ne è illuminato. Ma che significa essere illuminati? Chi s’accorge di essere ricoperto delle tenebre dei peccati e brama essere rischiarato da quella luce, ad essa s’accosta.

Ognuno perciò dica: Che posso fare? Come sarò luce io che vivo nei peccati e nelle iniquità? Subentrano allora la tristezza e la disperazione. Non v’è salvezza fuor che nell’unione con Dio. Dio è luce ed in lui non vi sono tenebre. Ma i peccati sono tenebra, poiché l’Apostolo chiama il diavolo ed i suoi angeli signori delle tenebre (cf. Ef 6, 12). Così non li chiamerebbe, se non fossero anche i padroni dei peccatori, i dominatori degli iniqui. Che possiamo fare, fratelli miei? Dobbiamo associarci a Dio, poiché non esiste altra speranza di vita eterna. Ma Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Ogni iniquità è tenebra e noi siamo sommersi dalle iniquità, così che non possiamo associarci a Dio; che speranza ci resta allora? Non vi avevo forse avvisato che vi avrei intrattenuto su cose che procurano gioia? Non facendolo, siamo immersi nella tristezza. Dio è luce ed in lui non ci sono tenebre. I peccati sono tenebre. Che sarà di noi? Cerchiamo di ascoltare, perché quanto ci viene dicendo potrebbe recarci consolazione, sollevarci e darci speranza, così che non veniamo meno per strada. Sì, siamo impegnati in una corsa e siamo diretti verso la patria; se disperiamo di giungervi questa disperazione ci fa fermare. Orbene: colui che desidera vederci giungere al termine, ci somministra il cibo lungo il cammino, per averci con sé nella patria. Perciò ascoltiamo le parole di Giovanni: Se diremo di vivere con lui e camminiamo nelle tenebre, noi mentiamo e non siamo nella verità. Non possiamo dire di essere associati a lui, se viviamo nelle tenebre. Se invece camminiamo nella luce, come lui stesso è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri (1 Gv 1, 7). Camminiamo dunque nella luce, come lui è nella luce, per poter stare in sua compagnia. Ma i peccati? Ascolta il seguito: Il sangue di Gesù Cristo ci purificherà da ogni delitto (1 Gv 1, 7; cf. Eb 9, 14; Ap 1, 5). Dio ci ha dato una grande assicurazione e noi a buon diritto celebriamo la Pasqua, nella quale fu versato il sangue del Signore per mezzo del quale siamo purificati da ogni delitto. Restiamo perciò tranquilli. Il diavolo aveva nei nostri riguardi e per nostro danno un credito di schiavitù, ma col sangue di Cristo esso fu eliminato.

“O Dio rafforza la fede del tuo popolo,
perché sotto la guida del Cristo
giunga alla meta della gloria eterna”.
(Colletta del Tempo di Natale)


Dai “Discorsi” di Sant’Agostino Vescovo
(Sermo 194, 3.3-4.4)

L’unico Figlio di Dio, divenuto figlio dell’uomo,
fa diventare figli di Dio molti figli dell’uomo

Chi di noi uomini potrà mai conoscere tutti i tesori della sapienza e della scienza racchiusi in Cristo (Cf. Col 2, 3) e nascosti nella povertà della sua carne? Poiché per noi si è fatto povero, pur essendo ricco, per arricchire noi con la sua povertà (Cf. 2 Cor 8, 9). Quando assunse la natura mortale e consumò la morte, si mostrò nella povertà, ma promise le sue ricchezze che aveva differite, non le perse per essergli state tolte. Quanto è immensa la sua bontà che riserva per coloro che lo temono, ma che concede a chi conserva la sua speranza in lui! (Cf. Sal 30, 20) In parte infatti già conosciamo, nell’attesa che venga la perfezione (Cf. 1 Cor 13, 12). Per farci diventare capaci di possederlo egli, uguale al Padre nella natura divina e divenuto simile a noi nella natura di servo, ci rifà a somiglianza di Dio. L’unico Figlio di Dio, divenuto figlio dell’uomo, fa diventare figli di Dio molti figli dell’uomo; e nutrendo i servi con l’assumere la natura visibile di servo, li rende figli, capaci di poter vedere la natura di Dio. Infatti siamo figli di Dio, ma non è stato ancora manifestato quello che saremo. Sappiamo che quando ciò verrà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo quale egli é (1 Gv 3, 2). In che senso in lui ci sono tesori di sapienza e di scienza, in che senso si parla di ricchezze divine se non perché ci basteranno? E in che senso è grande la sua bontà se non perché ci sazierà? Mostraci dunque il Padre e ci basta (Gv 14, 8). E in un Salmo un tale – che è uno di noi o parla in noi o per noi – gli dice: Mi sazierò quando si manifesterà la tua gloria (Cf. Sal 16, 15). Egli e il Padre sono una cosa sola (Cf. Gv 10, 30) e chi vede lui vede anche il Padre (Cf. Gv 14, 9). Perciò il Signore potente è il re della gloria (Sal 23, 10). Convertendoci ci mostrerà il suo volto e noi saremo salvi (Cf. Sal 79, 4) e ci sazieremo e questo ci basterà.

Gli dica pertanto il nostro cuore: Ho cercato il tuo volto. Il tuo volto, Signore io cerco, non nascondermi la tua faccia (Sal 26, 8-9). Ed egli risponderà al nostro cuore: Chi mi ama osserva i miei comandamenti, e chi ama me sarà amato dal Padre mio e io pure l’amerò e gli manifesterò me stesso (Gv 14, 21). Le persone alle quali rivolgeva queste parole lo vedevano certo con gli occhi e udivano con le orecchie il suono della sua voce e potevano afferrare con il loro cuore umano la sua umanità. Ma ciò che occhio non vide né orecchio udì né cuore di uomo poté afferrare, questo egli prometteva di mostrare a coloro che lo amano (Cf. 1 Cor 2, 9). Finché questo non avviene, finché non ci mostra colui che potrà bastarci (Cf. Gv 14, 8), finché non berremo lui fonte della vita e non ci sazieremo di lui (Cf. Gv 7, 38); mentre, camminando nella fede, pellegriniamo lontani da lui (Cf. 2 Cor 5, 6-7), mentre abbiamo fame e sete di giustizia (Cf. Mt 5, 6), mentre desideriamo con indicibile ardore la bellezza della sua natura divina, celebriamo con pia devozione il Natale della sua natura di servo. Non ancora possiamo contemplarlo come generato dal Padre prima dell’aurora (Cf. Sal 109, 3): celebriamolo con solennità come nato dalla Vergine nel cuore della notte. Non ancora possiamo comprenderlo perché davanti al sole persiste il suo nome (Cf. Sal 71, 17): riconosciamo la sua dimora posta sotto il sole. Non ancora possiamo contemplare l’Unigenito nel seno del Padre suo: celebriamo lo sposo che esce dalla stanza nuziale (Cf. Sal 18, 6). Non ancora siamo in grado di partecipare alla mensa del Padre nostro: riconosciamo la mangiatoia del Signore nostro Gesù Cristo.

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6 GENNAIO
Epifania del Signore

“Entrati nella casa,
(i Magi) videro il Bambino con Maria sua madre,
e prostratisi lo adorarono”.
(Mt 2, 11)

Dai “Discorsi” di Sant’Agostino Vescovo
(Sermo 199, 1.1-2)

I Magi, simbolo di coloro che camminano nella fede e desiderano la visione

Non molto tempo fa abbiamo celebrato il giorno in cui il Signore è nato dai Giudei; oggi celebriamo il giorno in cui è stato adorato dai pagani. Poiché la salvezza viene dai Giudei (Gv 4, 22); ma questa salvezza (sarà portata) fino agli estremi confini del mondo (Is 49, 6). In quel giorno lo adorarono i pastori, oggi i magi; a quelli lo annunciarono gli angeli, a questi una stella. Tutti e due l’appresero per intervento celeste, quando videro in terra il re del cielo, perché ci fosse gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà (Lc 2, 14)Egli infatti è la nostra pace, colui che ha unito i due in un popolo solo (Ef 2, 14). Già, fin da quando il bambino è nato e annunziato, si presenta come pietra angolare (Cf. Mt 21, 42), tale si manifesta già nello stesso momento della nascita. Già cominciò a congiungere in sé le due pareti poste in diverse direzioni, chiamando i pastori dalla Giudea, i magi dall’Oriente: Per creare in se stesso dei due un solo uomo nuovo e ristabilire la pace; pace tanto a quelli che erano lontani tanto a quelli che erano vicini (Ef 2, 15.17). I pastori accorrendo da vicino lo stesso giorno della nascita, i magi arrivando oggi da lontano hanno consegnato ai posteri due giorni diversi da celebrare, pur avendo ambedue contemplato la medesima luce del mondo.

Oggi bisogna parlare dei magi che la fede ha condotto a Cristo da terre lontane. Vennero e lo cercarono dicendo: Dov’è il Re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti ad adorarlo (Mt 2, 2). Annunziano e chiedono, credono e cercano, come per simboleggiare coloro che camminano nella fede e desiderano la visione (Cf. 2 Cor 5, 7). Non erano già nati tante volte in Giudea altri re dei Giudei? Come mai questo viene conosciuto da stranieri attraverso segni celesti e viene cercato in terra, risplende nell’alto del cielo e si nasconde umilmente? I magi vedono la stella in Oriente e capiscono che in Giudea è nato un re. Chi è questo re tanto piccolo e tanto grande, che in terra non parla ancora e in cielo già dà ordini? Proprio per noi – perché volle farsi conoscere da noi tramite le sue sante Scritture – volle che anche i magi credessero in lui attraverso i suoi profeti, pur avendo dato ad essi un segno così chiaro in cielo e pur avendo rivelato ai loro cuori di essere nato in Giudea. Nel cercare la città nella quale era nato colui che desideravano vedere e adorare, fu per essi necessario informarsi presso i capi dei Giudei. E questi, attingendo dalla sacra Scrittura che avevano sulle labbra ma non nel cuore, presentarono, da infedeli a persone divenute credenti, la grazia della fede, menzogneri nel loro cuore, veritieri a loro proprio danno. Quanto sarebbe stato meglio infatti se si fossero uniti a quelli che cercavano il Cristo, dopo aver sentito dire da essi che, veduta la sua stella, erano venuti desiderosi di adorarlo? se li avessero accompagnati essi stessi a Betlemme di Giuda, la città che avevano ad essi indicato seguendo le indicazioni dei Libri divini? se insieme ad essi avessero veduto, avessero compreso, avessero adorato? Invece, mentre hanno indicato ad altri la fonte della vita, essi ora sono morti di sete.

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13 Gennaio
Battesimo del Signore

“In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano
da Giovanni per farsi battezzare da lui”.
(Mt 3, 13)

Dal “Commento al Vangelo di Giovanni” di Sant’Agostino Vescovo
(In Io. Ev. tr. 6, 5-8)

Il battesimo di Gesù: manifestazione della Trinità

Il Signore uscì dall’acqua, come leggiamo nel Vangelo: ed ecco che sopra di lui i cieli si aprirono ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba, e fermarsi su di lui; ed ecco una voce dai cieli che diceva: Tu sei il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto (Mt 3, 16-17)La Trinità si rivela qui molto chiaramente: il Padre nella voce, il Figlio nell’uomo, lo Spirito nella colomba. In questa Trinità, nel cui nome furono inviati gli Apostoli, cerchiamo di renderci conto di ciò che vediamo.

Questo vide Giovanni in lui e conobbe ciò che ancora non sapeva. Sapeva che Gesù era il Figlio di Dio; sapeva che egli era il Signore e il Cristo; sapeva anche che egli era colui che doveva battezzare in acqua e Spirito Santo; tutto questo lo sapeva; ma ciò che non sapeva, e che apprese per mezzo della colomba, è che il Cristo avrebbe riservato a sé la potestà di battezzare e non l’avrebbe trasmessa a nessun ministro. E’ su questa potestà, che il Cristo riservò a sé e non trasferì in nessun ministro, sebbene si sia degnato servirsi di loro per battezzare, è su questa potestà che si fonda l’unità della Chiesa, che è simboleggiata nella colomba della quale è stato detto: Unica è la mia colomba, unica è per sua madre (Ct 6, 8)Infatti, o miei fratelli, come già vi ho detto, se il Signore avesse trasferito questa potestà nei suoi ministri, ci sarebbero tanti battesimi quanti ministri, e non si salverebbe l’unità del battesimo.

Prestate attenzione, fratelli. Fu dopo il battesimo del Signore nostro Gesù Cristo, che la colomba discese su di lui e fece conoscere a Giovanni una caratteristica del Signore, secondo ciò che gli era stato detto: Colui sul quale vedrai discendere e fermarsi lo Spirito, come colomba, è lui quello che battezza nello Spirito Santo. Prima che il Signore si presentasse per il battesimo, Giovanni sapeva che è lui quello che battezza nello Spirito Santo; ma è dalla colomba che Giovanni apprende che la potestà del Signore è così personale che non passerà in nessun altro, anche se ad altri darà facoltà di battezzare. (…) Che cosa apprese allora per mezzo della colomba, sì da non dover essere poi considerato bugiardo (allontani Dio da noi un tale sospetto)? Apprese che ci sarebbe stata in Cristo una proprietà tale per cui, malgrado la moltitudine dei ministri, santi o peccatori, che avrebbero battezzato, la santità del battesimo non era da attribuirsi se non a colui sopra il quale discese la colomba, e del quale fu detto: E’ lui quello che battezza nello Spirito Santo (Gv 1, 33). Battezzi pure Pietro, è Cristo che battezza; battezzi Paolo, è Cristo che battezza; e battezzi anche Giuda, è Cristo che battezza.

Se la santità del battesimo dipendesse dalla diversità dei meriti dei ministri, ci sarebbero tanti battesimi quanti possono essere i meriti; e ognuno penserebbe d’aver ricevuto una cosa tanto migliore quanto migliore considera il ministro dal quale è stato battezzato. Perché dunque, se uno viene battezzato, mettiamo, da un tale che è giusto e santo, e un altro invece da uno di minor merito davanti a Dio, di una virtù meno elevata, di una castità meno perfetta, insomma di vita meno santa; perché entrambi i battezzati ricevono la stessa identica cosa se non perché è lui quello che battezza? Allora, come quando battezzano due santi dotati di meriti diversi, la grazia è una e identica, e malgrado il diverso grado di santità dei ministri, non è superiore in uno e inferiore nell’altro; così ugualmente una e identica è la grazia donata dal battesimo amministrato da un indegno, che battezza perché la Chiesa non sa che è cattivo, o perché lo tollera (i cattivi, infatti, restano ignorati o tollerati; come si tollera la pula in attesa che, alla fine, l’aia venga ripulita). La grazia data da questo battesimo è una e identica, e non viene compromessa dall’indegnità del ministro; è sempre uguale perché è lui quello che battezza.

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Tempo di preghiera

La preghiera è un cammino che ci porta verso Dio. E' un percorso impegnativo che, a volte, sembra essere superiore alle nostre forze e capacità. Ma con il Suo aiuto possiamo cercare di intraprendere questo viaggio con il sostegno della Chiesa, coi suoi Sacramenti e con i nostri fratelli. Buona preghiera.

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